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sabato 3 novembre 2012

Le Tombe di Ottavia, l'ipogeo degli Ottavi descritto dalla dott.ssa Silvia Ripà

Nell’articolo che segue, la dott.ssa Silvia Ripà, esperta in “Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico e Archeologico” descrive il monumento più bello del nostro territorio:  “l’Ipogeo degli Ottavi”. 
(La dott.ssa Ripà, che ringraziamo vivamente per questo suo contributo, è anche socia fondatrice dell’Associazione Culturale “Comitato Lucchina e Ottavia”).



Attualmente il sito risulta interamente visitabile in via della Stazione d’Ottavia 73, sotto il villino Cardani, ma un’unica sepoltura è ancora presente al suo interno, quella di Octavius Felix, situata in posizione centrale per enfatizzare il ruolo di paterfamilias rivestito dal defunto. La stanza sepolcrale era originariamente preceduta da un vestibolo affrescato da rigidi motivi geometrici ellenizzanti, a cui era collegato un corridoio d’accesso, di cui resta tuttora visibile il pavimento in mattoncini disposti a spiga di grano. Nell’Ipogeo, nonostante l’autorità emanata dall’elevato status sociale del defunto, la paternità e l’umanità dei sentimenti assumono un ruolo fondamentale, contrastante con la formalità dell’apparato architettonico, tipico nei contesti funerari degli alti esponenti dell’aristocrazia romana del III d.C. Nonostante la disposizione delle tombe, la sepoltura che emerge per l’intensità e l’accortezza delle decorazioni, è quella di Octavia Paolina, una bimba di sei anni definita dall’epigrafe “dolcissima e carissima”.  La piccola, fu presumibilmente la prima ad essere sepolta nell’Ipogeo di famiglia, in quanto anche le strutture funerarie attribuibili ad altre due donne , situate originariamente nelle nicchie laterali, sono da ritenersi successive.
Il sarcofago di Paolina, oggi a Milano, presenta l’intera cassa decorata con scene di competizioni agonistiche tra bambini; Anche l’affresco dell’arcosolio evoca il mondo infantile, raffigurando uno scorcio dei Campi Elisi popolato da ragazzi privi di caratterizzazione sessuale, intenti in attività gioiose, in un ambientazione dagli echi bucolici virgiliani.
Questi elementi decorativi, non devono richiamare l’attenzione dello spettatore unicamente allo scopo di godere di un estatico piacere artistico, poiché possono fornire importanti notizie sulla concezione dell’arte romana, da secoli avvolta dai pregiudizi che la declassavano a mera imitazione dell’arte greca. La mancanza di perizia artistica, nel senso più moderno del termine, viene quì compensata dal ricorso ad espedienti pratici, come la sfumatura con il bianco degli elementi posti in secondo piano, o il tentativo di rendere la prospettiva giocando con le dimensioni degli oggetti. L’astrazione del paesaggio suggerisce temi paradisiaci in un ottica non ancora cristiana.  In realtà non sembrerebbero troppo distanti da un’esatta interpretazione alcune associazioni iconografiche, ad esempio tra i bambini e i putti o nelle scene marine, la presenza del pesce in corrispondenza di ancore, rispettivamente  simbolo cristologico e richiamo alla salvezza.
Queste considerazioni potrebbero indurci a ritenere Octavius, un uomo dalla mentalità sincretista, aperta a nuovi stimoli e mode, oppure semplicemente un’amante dell’espressione artistica. In che misura poi egli s’inserisse o si discostasse dalla sua epoca, è un argomento ancora da indagare.
Nonostante l’indubbia eccezionalità di un rinvenimento simile, occorre spendere qualche parola per tutte le altre sepolture coeve portate alla luce dai medesimi scavi, nonché quei i reperti che nella migliore delle ipotesi si trovano completamente decontestualizzati, quando non ancora sotto la ferrovia che ha assunto il nome dell’Ipogeo, quasi a suggerire sarcasticamente un’ipocrita amore per la ricerca archeologica, che poi ha trovato ben poco riscontro nei fatti.
Nel descrivere la grandiosità dei resti dell’Ipogeo degli Ottavi, la tenerezza dell’affetto paterno espressa dall’epigrafe di Paolina, non possiamo evitare di pensare anche alle mancanze, a tutto quel potenziale informativo che stava per essere espresso dagli altri rinvenimenti, a cui uno studio stratigrafico avrebbe potuto restituire dignità: di tutte le altre vite e dei frammenti di quotidianità che giacciono sotto i nostri piedi, sotto le strade che percorriamo abitudinariamente, abbiamo deciso volontariamente di non sapere più nulla.


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