Per contatti: pianopartecipato@libero.it - fax 0623316920 posta: via Stazione di Ottavia 73B Roma. Leggi qui: Lo Statuto


venerdì 26 aprile 2013

Identità femminile, la consapevolezza delle domande irrisolte


.
La toeletta di Venere, Paul Rubens 1614
Le risposte superficiali in merito alle problematiche di genere ostacolano il miglioramento del tenore di vita fisico e psicologico di ogni donna


a cura di Silvia Ripà*, vice presidente
dell'Associazione cult. Lucchina e Ottavia 


Riflettere su un’identità femminile equivale ad affrontare una chimera e pretendere nel migliore dei casi, un riconoscimento per la vittoria di un essere immaginario; cimentarsi poi nella descrizione della femminilità, enumerando e snocciolando quelle caratteristiche reputate caratterizzanti di tale intangibile essenza, è simile al tentativo di abbattere le teste di un’idra;  l’ambiguità dell’aggettivo “eroico“ implicito nella similitudine, serve appunto a sottolineare la grottesca e grandiosa inutilità dell’atto: è stata ribadita fino alla nausea  e affermata periodicamente con forza, l’idea di un’indole misteriosa che apparterrebbe alle donne, in grado di conciliare in sé i maggiori opposti dell’essere: da una simile contraddittorietà deriverebbe un incontenibile fascino, gioia e disgrazia dell’uomo innamorato.
Questi discorsi, talvolta persino dai toni lusinghieri, sottendono un’amara verità: la donna è semplicemente l’Altro e la sua tacita funzione consiste nel meglio caratterizzare l’entità principale, come nella pittura si usa il bianco per esaltare il nero, rendendolo ancora più intenso e donando gradevoli riflessi.
Sebbene non esista una percezione univoca, il maschile possiede in realtà molti termini di paragone e diversi sistemi di relazioni e opposizioni, oltre al femminile, per poter intraprendere un discorso sulla propria identità.
Quest’aspetto è invece completamente assente per la donna, e parlare di emancipazione non fa che falsare l’entità del problema accendendo un riflettore su alcune conquiste conseguite negli ultimi anni in modo confusionario e senza una reale presa di coscienza delle problematiche affrontate, in mancanza di un’adeguata elaborazione. Parlare di donne va ben oltre il paragone con l’uomo, il patriarcato, le violenze…occorre comprendere e porsi dei quesiti anche in merito a cosa si intenda fare di questo spazio vuoto che il genere femminile va conquistando nel tempo: paradossalmente viene utilizzato solo per perseverare nelle consuetudini già sperimentate, con la presunzione di aver scelto autonomamente. Una simile pseudo-libertà rappresenta un retaggio sociale e culturale, e comporta conseguenze dannose proprio perché offusca la problematicità dei cambiamenti avvenuti: le donne sono attualmente libere solo di non saper che fare. Brancolano a tentoni nelle convenzioni, urtando ora da una parte ora dall’altra e tornando quasi sempre al punto di partenza, con la convinzione di aver tracciato una linea retta, quando si sono spostate circolarmente. Inutile barcamenarsi tra carnefici e vittime, colpevoli e colpiti, i rapporti tra i due sessi sono strettamente connessi, tanto che anche gli uomini patiscono il maschilismo in modo latente e vivono talvolta una sessualità deprimente, seppur per motivi diversi rispetto alle problematiche femminili; la dialettica dello schiavo e del padrone trova in questo caso una concreta manifestazione: gli uomini sono incatenati dalla loro stessa supremazia e poiché essi solitamente incarnano la trascendenza, la donna anela a rubarla e ad impadronirsi dei loro progetti e successi. In una simile dinamica, la tirannia esercitata dalla controparte femminile non fa che accentuarne l’effettiva dipendenza, delineando un tipo di rapporto contraddittorio difficile da sciogliere. Andare oltre le distinzioni di genere (che, è bene ricordarlo, sono ben più di due e non corrispondono ai sessi o più probabilmente non esistono affatto) significa impegnarsi nella ricerca di una libertà che non assuma le sembianze del capriccio o dello spazio vuoto da colmare, bensì di un sentimento che superi l’istante e non dipenda da nessun ordine estraneo e soprattutto senza la paura insita nei rapporti umani, quel viscerale timore di perdere gli affetti, inserito però nell’ottica delle decisioni prese sulla base di ragionamenti esterni all’individuo, come parte di un contesto principalmente sociale.
L’amore coniugale è il collante di questo tipo di società cosiddetta emancipata, e non si esplica solo in riferimento ai due sessi, bensì rappresenta un concetto di base, insito nel complesso dell’esistenza: quando una passione viene trasformata in lavoro, si diventa socialmente vincenti, eppure nel momento in cui viene raggiunto il traguardo, si perde l’oggetto stesso dell’amore iniziale, che era tale proprio perché non vincolato da altro se non dalle personali attitudini e predisposizioni.
Esiste poi tutta un’epicità creata intorno all’amore coniugale: per esempio l’immagine emblematica di Andromaca che piange con il piccolo Astianatte tra le braccia, supplicando Ettore di non affrontare Achille in campo aperto, somma per lei di qualsiasi tipo di affetto, umano e familiare.
In questi squarci di morbido sentimentalismo è possibile realizzare l’avvenuto ribaltamento di ogni valore naturale e la donna assume le sembianze dell’unica vestale adatta a custodirlo immobile nel tempo.
In una simile prospettiva,  l’abitudine si erge a eroicità, assumendo gli aspetti dell’avventura, la fedeltà incarna una sorta di sublime follia, la noia assume i tratti inequivocabili dell’equilibrio e della saggezza, odi familiari, piccoli rancori, complicati sofismi quotidiani, diventano amore.
Come sottolinea più volte Simone De Beauvoir nel suo capolavoro indiscusso ( "Il secondo sesso"1949), la relazione tra due individui che per una serie di connessioni accidentali o necessarie che siano, non possono fare a meno l’uno dell’altro non è, fra tutte le situazioni umane, la più sincera e commovente, bensì un qualcosa di miserabile e abominevole: mendicanti che si privano a vicenda dei pochi averi e per qualche strana sindrome mai diagnosticata, sublimano questa relazione come fonte di felicità supportata da una legittimità indiscussa. Si pretende rispetto e si attribuisce sacralità a questo miscuglio di attaccamento e rassegnazione, costellato da perverse dinamiche di odio-obbedienza, e lo si chiama Amore coniugale. L’intera esistenza femminile è votata alla perpetrazione nel tempo di tali insani valori e le bambine vengono educate fin dalla prima infanzia alla pazienza, alla rinuncia…la ribellione talvolta è permessa, ma solo quando diviene funzionale al risveglio degli appetiti maschili troppo a lungo sopiti, prima che si riversino all’esterno, marchiando la donna con l’emblema del fallimento.
Riflettendo sui concetti inerenti all’identità femminile, l’aspirazione al compimento di un amore coniugale è ciò che ha caratterizzato l’esser donna, che sia per assimilazione o per contrapposizione poco importa.
Al contrario, l’uomo tende a riferire la propria coscienza d’identità all’azione, a ciò che compie nella sua vita, e l’unione totalizzante con una donna non rappresenta la finalità ultima della propria esistenza poiché egli vive nella dinamicità; la donna invece si identifica tuttora nell’Altro, nonostante le vittorie sociali e le lotte politiche affrontate nell’ultimo cinquantennio.
La memoria dei traguardi femminili  sembra ora sfumare nel grigiore quotidiano chiamato “emancipazione”, soffocandone ogni scintilla di vitale potenzialità, quando si trattava unicamente di uno dei tanti punti di partenza che la storia talvolta ci offre. Il solo fatto che per offendere una donna si faccia riferimento al rapporto con la sessualità etero, è indice di una profonda arretratezza culturale e di staticità di pensiero, e che poi le donne utilizzino i medesimi termini, denota la scarsa riflessione che accompagna il percorso cognitivo sull’identità femminile ed emerge in tutta evidenza l’assurda ambiguità celata dall’abuso di luoghi comuni correlati alla presunta libertà della donna.
In sintesi, ancora oggi, nell’epoca dell’ “emancipazione”, risulta estremamente complessa la caratterizzazione di un’identità femminile e di conseguenza sembra difficoltoso il perseguimento di obbiettivi comuni verso un tipo di società paritaria al livello di opportunità finalizzate ad una realizzazione personale.
Ci sono molti suggerimenti sulle azioni da intraprendere, che restano però sempre delle opinioni soggettive, proprio in mancanza della costruzione di una tale identità. Un punto di partenza potrebbe allora essere, in assenza di risposte, quello di porre la dovuta enfasi sulle domande; l’impressione diffusa di possedere delle certezze è di gran lunga più distruttiva rispetto alla presa di coscienza dell’attuale incapacità trovare soluzioni idonee e valide per tutte.
La riflessione, l’introspezione e l’anelito verso un pensiero il più possibile libero dai dogmi e dalle aspettative sociali, è forse l’unica strada possibile verso un miglioramento del tenore di vita fisico e psicologico di ogni donna.

*Silvia Ripà, è laureata in "Storia e conservazione del patrimonio artistico e archeologico" presso l'Università di Roma Tre, specializzanda presso l'Università di Ferrara

Nessun commento:

Posta un commento

Rispondi indicando il tuo nome