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sabato 19 ottobre 2013

Ottavia-Montearsiccio e l'autore dei "Tre Moschettieri", una storia che pochi conoscono...

Siamo rimasti di stucco quando noi dell'associazione culturale "Lucchina e Ottavia" abbiamo letto alcune parti del libro di Enzo Abbati ("Ponte Milvio dogana di Roma"), curato dall'associazione culturale "La Giustiniana".
Il libro è ricco di immagini con ampi riferimenti allo studio sull'agro romano alla fine del 1800 del prof. Antonio Nibby.
Esaminando i vari capitoli abbiamo scoperto qualcosa di molto importante che riguarda il nostro quartiere e, in particolare, la parte più antica, denominata Monte Arsiccio.
Pensiamo che forse nessuno degli studiosi e scrittori della storia e delle origini di Ottavia abbia mai approfondito alcuni particolari importantissimi di cui scriveremo nel calendario di quartiere 2014 (salvo imprevisti), e che qui anticipiamo. 
Il celebre autore dei "Tre Moschettieri", lo scrittore francese Alexandre Dumas, durante un suo viaggio in Italia nel 1850 rimase bloccato per un lungo periodo a Roma nord per un guasto alla sua carrozza.  Fu in quel periodo che ebbe modo di visitare la località che nel secolo successivo si chiamerà "Ottavia" e, in particolare, quel borgo che già allora si chiamava "Monte Arsitio". Allo scrittore francese Alexandre Dumas i residenti di allora di Monte Arsiccio devono molto e lo potrete capire leggendo con attenzione la storia, tratta dal libro di Abbati, che di seguito raccontiamo:

Montearsiccio, piccola comunità più antica della stessa borgata Ottavia di cui oggi fa parte, si affaccia sull'Insugherata. Viene citato unitamente alle contigue località "Lucchina" e "Mazzalupetto", distanti 5 miglia da Roma. Nell'area compresa tra la Castelluccia e Tomba di Nerone.
La tenuta dell'Insugherata per secoli fu proprietà della Chiesa che la gestiva attraverso propri enti religiosi, ultimo in ordine di tempo il Monastero di San Lorenzo.
Nelle carte archiviali Vaticane, Monte Arsiccio all'inizio della Trionfale e Monte Peloso alla Giustiniana, poco lontano dall'antica Villa romana dei Volusii (oggi Casale Ghella), vengono menzionati per l'arretatezza dei loro abitanti: "cavernicoli" i primi; "capannari" i secondi, per la cronica povertà e reciproca conflittualità. 
L'origine di Monte Arsiccio si perde nel tempo: ultimo promontorio della catena "de' monti Janiculensi" come scrisse nel 1939 Pietro Romano a seguito di un'interessante ricerca storico-topografica della zona a nord di Roma intorno a Monte Mario.
Il toponimo di Monte Arsiccio (Terra bruciata) sulla Trionfale nella tenuta dell'Insugherata, deriverebbe da un incendio provocato, in età imprecisata dai contadini che affollavano la località, intenti ad esercitare la concimazione con la bruciatura delle stoppe.
Il toponimo "Monte Arsitia" o "Arsitio" viene ufficialmente menzionato nelle bolle vaticane di Papa Giovanni XIX del 1026 e Benedetto IX del 1033.
La storica conflittualità tra : "I selvaggi delle capanne" (gruppi di famiglie di contadini insediate su un'altura dell'Insugherata in vicinanza della Cassia) in località Monte Peloso, e i "cavernicoli primitivi" trae origine da un'antica scissione di alcune famiglie costrette ad abbandonare Monte Arsiccio a seguito di un grosso incendio che attecchì i circostanti alberi di sughero, sviluppatesi fin su la cima del colle, di cui l'origine del toponimo. 
Fu una profonda carestia a causare la divisione delle risorse naturali della sottostante Valle dell'Insugherata. Gli abitanti avevano sempre trovato di che vivere. 
Dopo il grande incendio, parte degli abitanti di Monte Arsiccio, per scongiurare il ripetersi di tale calamità, avevano trovato rifugio nelle grotte, tornando a vivere come "primitivi cavernicoli" in veri tuguri, umidi e fatiscenti. 
Invece, un altro gruppo di famiglie trovarono sistemazione sull'altura opposta vicino la Cassia, che chiamarono "Colle Peloso" per l'abbondanza di foraggio. Questo nucleo dissidente volle mantenere la tradizione costruendo un Villaggio di Capannacce dove in ognuna di esse vivevano ammucchiati più nuclei familiari. I due promontori rimasero divisi dalle tenuta dell'Insugherata, che sebbene fosse proprietà del Vaticano se ne contendevano clandestinamente il "possesso" per il proprio sostentamento: questa fu nei secoli la ragione del contendere tra i nuclei e tra questi e le Autorità pontificie.
Al riguardo non mancarono le diffide nei confronti di coloro che nell'ambito delle famiglie di Monte Arsiccio e Monte Peloso erano stati nominati "Vallati" (guardiani della valle) da parte dell'Ente religioso:  "..statuimo et ordiniamo che li Vallati non possino cogliere uve, fiche et noce et altro poma che stiano negli albori o che siano stratate in terra, con animo et intentione di portale a casa; o per darle, venderle o donarle. Quando i detti Vallati faccino altrimenti non seriano guardiani ma disertori".
Ammonimento anche nel caso che "a robbare i pomi siano le bestie". In tal caso i Vallati erano obbligati : "... at ammonire li pastori dilli animali che fanno li danni a denuntiare il facto al Tribunale del Governatore di Roma"..."

Alexandre Dumas, il celebre scrittore francese di romanzi di narrativa popolare, durante il suo forzato soggiorno a La Storta intorno al 1850 per un guasto alla carrozza, fu colpito da tanta povertà e dalla condizione di assoluta indigenza in cui vivevano quelle popolazioni. In una lettera inviata ad un amico di Parigi così parlò di loro e delle loro miserie: "... sono gente di estrema arretratezza e rozzezza questi abitanti del vestibolo di Roma. Gli uomini delle caverne vivono miseramente come trogloditi. La povertà dei capannari non è da meno: ho visitato questi abituri sono delle vere stamberghe; all'interno non si vede nulla, un pò perchè piene di fumo, un fumo acre e denso che attacca la gola. Fa lacrimare gli occhi e rende i travicelli interni dell'armatura delle capanne neri e lucidi come ebano."
La lunga lettera dello scrittore francese continua esternando al suo amico tutta la sua indignazione per aver visto questi sudditi di una Stato religioso vivere morendo, mentre ad alcune centinaia di metri, sempre sul promontorio di Monte Arsiccio, i ricchi occupavano una villa costruita dal celebre architetto Francesco Borromini  (di proprietà di un tale Fioravante Martinelli, sacerdote e dotto scrittore della Biblioteca Vaticana. Villa andata poi distrutta) e nella quale egli lesse sconcertato un epigramma in latino che oltre ad osannare il costruttore innalzava un inno alla villa, all'aria pura e alla bellezza del paesaggio circostante. Qui, conclude la missiva: il vento della rivoluzione del nostro paese non è ancora arrivato, spero ancora per poco! 
E' storia comunque che nel maggio del 1859, Alexandre Dumas decise di raggiungere Garibaldi in Sicilia offrendogli tutti i suoi risparmi e acquistando egli stesso delle armi a Marsiglia.
E' certo che dopo l'Unità d'Italia e la caduta del potere temporale della Chiesa, l'agro romano torno a vivere e scomparvero i "vallati" dell'Insugherata. I capi-famiglia dei "capannari" di Monte Peloso trovarono lavoro stabile nella "Scuderia Gioia" all'inizio di via della Giustiniana. I più giovani e robusti tra i miserabili "trogloditi" di di Monte Arsiccio. alla tenuta Sansoni (Ottavia, dove adesso si imbocca il GRA) e nell'allevamento dei Roncoroni a Tomba di Nerone e la "Guittoneria" (donne, anziani e bambini) da aprile a ottobre nella tenuta della Castelluccia dall'allora proprietario, il tenore Francesco Marconi. 
Come alla fine delle più classiche delle favole, tutti vissero felici e contenti!
Peccato che il celebre scrittore dei "Tre Moschettieri" morì proprio nel 1870 senza sapere l'effetto positivo ch'ebbe la sua missiva. 
Chissà se il figlio dello scrittore francese che si chiamava come il padre avrà avuto modo di conoscere il contenuto dell'epistola e se ebbe modo di tornare a Monte Arsiccio in una terra che gli fu debitrice, per aver consentito alla gente del posto di uscire dalla secolare primitiva e disumana arretratezza. 

Associazione culturale Lucchina e Ottavia

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