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venerdì 24 novembre 2017

Quel compromesso inaccettabile


Lou von Salomé, Paul Rée e Nietzsche.

di Silvia Ripà
Cosa differenzia la posizione femminile da quella maschile, nel ricatto sessuale? 
E cosa differenzia la posizione giuridica femminile, contrattualmente, da quella maschile sul posto di lavoro?
Precisiamo due questioni logiche semplici e imprescindibili:
1)      se una donna subisce una minaccia o un ricatto e per tale minaccia o ricatto fa sesso con una persona si tratta di violenza e in nessun caso si può parlare di consenso; sulle eventuali conseguenze, in termini di benefici, nessuno è autorizzato a dire o fare congetture;
2) se questo avviene sul posto di lavoro, la possibilità che ci sia un ricatto sessuale è ancora più alta.

Non è chiaro il perché?

L’ambito lavorativo non è un ambito privatistico e non sussiste una condizione di parità fra le parti; e non è presente un equilibrio fra le parti perché non c’è la medesima forza contrattuale fra chi offre e chi domanda lavoro. Chi domanda forza lavoro detiene obiettivamente e incontestabilmente più potere, contrattuale ed economico, di chi offre il proprio lavoro. Il contrario è stato finora solo teorizzato oppure si è realizzato in sporadici, e ben noti, episodi storici, circoscritti per tempo e spazio.
Questa nozione sostanziale ed empirica, evidentemente sfugge ai sommi interpreti da click-baiting.
Se poi a tale assunto si andassero a sommare i recenti dati sul gender gap italiano e la discriminazione femminile sul luogo di lavoro, non suonerebbe così assurdo rispondere causticamente che no, le donne non avrebbero potuto affermare con tanto candore il loro fermo e aulico diniego, non avrebbero potuto rifiutarsi così sprezzantemente dall’alto della loro “sicurezza”; e, qualora invece lo avessero fatto, non sarebbero poi tornate con fierezza alla loro vita di prima, tra il plauso della folla. E tutto questo per un ordine di motivi abbastanza evidenti: il sistema stesso è infarcito ovunque di sessismo, il ricatto sessuale vige come imperativo categorico in una percentuale elevatissima di prestazioni lavorative e questo accade non solo nel mondo dello spettacolo: chi scrive potrebbe dirla lunga su contesti ben lontani dai riflettori del palcoscenico. La soggettività debole non è estirpabile con un elementare “mi rifiuto”, perché intrinseca nel dinamismo di potere insito nel tessuto sociale che lo interpreta. Cosa ne è stato delle donne che si sono rifiutate di scendere a questi tanto misteriosi compromessi? Perché non sono visibili su ogni media per essere apprezzate tanto quanto sono disprezzate quelle che hanno ceduto?
La realtà insegna che, quando una donna si rifiuta di far coincidere la prestazione lavorativa con quella sessuale, si ritrova spesso “fuori”. E “fuori”, ad accoglierla, ritroverà una società maschilista e patriarcale impreparata a gestire il sessismo e la discriminazione nei posti di lavoro. E lo “scandalo” delle molestie sessuali negli ambienti dello spettacolo, che di scandaloso non ha niente se non le risposte sui social, è la punta dell’iceberg di una società maschilista e sessista che si perpetra da secoli e non un’emergenza di cui non immaginavamo l’esistenza.
“Si sarebbe potuta rifiutare”.

Una delle critiche più ferventi, vessillo di potenti analisti e giuristi prêt-à-porter, che spopola sul web, è che le lavoratrici si potrebbero effettivamente rifiutare; ma
il rifiuto, l’alternativa, il diniego, il “no”, non sono competenza di chi batte sulla tastiera di un computer. Qualunque ambito lavorativo deve essere scevro da ricatti, estorsioni, e soprattutto scevro da riferimenti sessuali. È la sessualizzazione del soggetto femminile sul posto di lavoro che deve indignare molto più delle scelte compiute dalle vittime (più o meno consapevoli) di questo sistema.

“Perché io non avrei accettato”

Molti sono i commenti che non colgono, o non accettano, la differenza fra uomo e donna sul posto di lavoro. E questo è spesso deprimente perché non è frutto di un assunto e consolidato antisessismo, ma del più occulto paternalismo patriarcale. Loro non avrebbero accettato, perché loro non si trovano - doppiamente - deboli giuridicamente e discriminati socialmente. L’uomo, vittima di un numero estremamente inferiore di discriminazioni nell’arco della sua vita, sul posto di lavoro, ne vanta un indice irrisorio. Se questo può dirsi un successo delle politiche giuslavoriste, l’insuccesso dell’altro sesso diventa un peso e un rischio lavorativo di cui si fanno carico solo le lavoratrici. Un peso e un rischio che spazia dall’insuccesso e dall’emarginazione lavorativa alla discriminazione e costante disparità nelle retribuzioni. Sul posto di lavoro spesso si riversano le mire aspirative, i sogni e i talenti di soggetti già fortemente eterodiretti, giudicati e subordinati alle volontà di altri nell’arco della loro esistenza. È dunque davvero così facile, allora, immedesimarsi e dire: “io non avrei accettato”?

Ma lei ne ha ricavato qualcosa”.

Probabile, il ricatto per definizione prevede qualcosa in cambio; eppure rimane sempre un ricatto. Anche qualora il ricatto avesse comportato un vantaggio di sorta, non è chi “è stato al gioco” (espressione cara ai vari commentatori via web) il vero beneficiario, ma chi ne ha dominato il rapporto di potere, solidificando e perpetuando la sua posizione.

“Una questione di valori”?

Questa frase mi fa sempre sorridere. No, non c’è una questione di serietà e valori. C’è una questione di sessualizzazione acritica e di conseguente discriminazione. Spesso i commentatori (maschili e femminili) pontificano la demenziale facilità con cui queste lavoratrici  avrebbero potuto rigenerare la loro carriera lavorativa trasmutandola in qualcos’altro a fronte della bieca richiesta sessuale, così da celebrare la purezza dei loro valori.
Ma la purezza dei valori di chi propone sesso per una carriera dov’è?
Non andrebbe forse impedito a questi datori di lavoro - guarda caso spesso uomini potenti - di innescare sistemi di merito al ribasso, se non solo a sfondo sessuale, piuttosto che colpevolizzare ancora una volta le donne che non rientrano in un altro, ennesimo, schema: quello della serietà.
La serietà richiesta in un posto di lavoro è una professionalità legata alla diligenza e al talento personale,  non è un’aderenza valoriale alla privata fides del proprio datore di lavoro. Come mai viene richiesto questo, ed è richiesto alla lavoratrice?

Una questione di merito?

L’inversione del focus dovrebbe, invece, esser quello di empatizzare verso chi è inviluppata nel sistema, per ottenere un sistema preparato e specializzato che giudichi e valuti la lavoratrice in base ai requisiti richiesti per questa o quell’altra mansione e non la donna in base alle prestazioni sessuali negate (qualora, ripeto, se ne avesse mai notizia) o prestate.

Non è la prestazione concessa, il problema, ma la prestazione pretesa e poi accettata.

Si è innervata una pericolosa troiofobia che oscura il vero problema: la frequente assenza di “meritocrazia” nelle selezioni per determinate mansioni non avviene per merito di chi accetta il ricatto sessuale, ma per demerito di chi lo propone.

Non è spostando l’onere del rifiuto e il rischio della denuncia su chi subisce, anello debole di un sistema ricattatorio, che si ingenera una rivoluzione del mondo del lavoro ad alto ricatto sessuale, ma cogliendo il rapporto di potere e dominazione che si instaura fra chi domanda forza lavoro, e chi ne offre, denunciandone gli effetti e i profitti.
Cos’è, al netto, il ricavo economico e sociale di una carriera costruita su molestie, minacce e violenze sessuali, rispetto agli ingenti profitti e posizioni di potere di coloro che ne hanno usufruito? I dati parlano chiaro: in Italia abbiamo più segretarie di uomini in carriera che manager con dei segretari.
Il consenso, anche se dato consapevolmente, in cambio di una posizione di lavoro declassa infinitamente il valore stesso del lavoro offerto e rappresenta nel contempo un arricchimento sperequativo di chi ha richiesto la prestazione, in termini di ricatto e in termini di dominio e di creazione di un legame di subordinazione con la lavoratrice. Chi è che ci ha guadagnato davvero? Per ogni singola donna che ottiene un beneficio pagando quel prezzo, guadagna l’intero sistema patriarcale.

E dunque è davvero questo, la singola donna, che ci indigna a tal punto da indagare a fondo nella vita privata di una persona per scoprire se ha effettivamente elargito un rapporto sessuale e sviscerare quanto il consenso estorto sia stato ripagato in termini di benefici e carriere?
A me francamente indigna rendermi conto che, in una società che si professa paritaria, il mio primo valore sia quello sessuale e che la mia dignità debba risiedere nelle mutande e non in quello che ho costruito. Il fatto che poi una percentuale, minoritaria (i dati statistici parlano per tutti), abbia riscosso qualche vantaggio concreto dallo sfruttamento sessuale non desterà la mia attenzione finché ci sarà una parte datoriale che, confermando il suo dominio indefesso, ne avrà tratto qualcosa a costo zero.

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