Per contatti: pianopartecipato@libero.it - fax 0623316920 posta: via Stazione di Ottavia 73B Roma. Leggi qui: Lo Statuto


martedì 15 maggio 2018

Filosofia della Storia: perché vale ancora la pena riflettere sulla quarta dimensione

di Silvia Ripà *

In tre situazioni l’essere vivente necessita di storia: gli occorre quando è attivo e ha aspirazioni, quando persevera negli ideali e giunge alla venerazione di questi e, infine, quando soffre e ha bisogno di liberazione, di sfilare la lunga lama del coltello dal centro del petto e concedersi due o tre respiri profondi, senza sofferenza. Ai tre rapporti corrispondono tre diversi aspetti della storia: la specie monumentale, quella antiquaria e quella critica.
La storia occorre in primis all’attivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori. In questi termini occorreva a Schiller e anche – soprattutto – a Goethe, quando disse che il nostro tempo – attuale in ogni istante – è talmente cattivo che, nella vita umana che lo attornia, non incontra più alcuna natura utilizzabile. Colui che abbia imparato a riconoscere in ciò il senso della storia, deve essere infastidito nel vedere viaggiatori curiosi o meticolosi micrologi arrampicarsi sulle piramidi dei grandi eventi trascorsi, ansiosi di equilibrarsi tremolanti sulle sensazioni del sublime; là, dove l’uomo attivo cerca e trova incitamenti ad imitare e a fare meglio, non desidera incontrare l’ozioso che, smanioso di distrazioni, gironzola inutilmente, come fra i tesori artistici di una wünderkammer (camera delle meraviglie). In realtà è solo per non scoraggiarsi e non cedere alla nausea verso gli oziosi, deboli e senza speranze, in mezzo ad altri compagni, in apparenza attivi, ma in verità soltanto eccitati e gesticolanti, che l’uomo d’azione guarda indietro e interrompe la corsa verso la sua mèta, per prendere respiro. Ma la sua mèta qual è? Forse la felicità, non sua, ma di un popolo o dell’umanità intera; egli fugge così dalla rassegnazione  e usa la storia come mezzo per superare la vita. Per lo più non lo attende alcuna ricompensa, forse la gloria, vale a dire un posto d’onore nel tempio del tempo, dove egli stesso potrà essere Magister vitae, consolatore e ammonitore per i posteri. Questo è ciò che oggi definiamo storia – come esito finale del processo di studio e analisi delle fonti scritte – e il suo ammonimento suona pressappoco così: “ciò che una volta poté estendere oltre e adempiere in modo più alto e bello l’idea di “uomo”, deve anche esistere in eterno, per poterlo fare in eterno”. Così i grandi momenti nella lotta degli individui formeranno una catena e attraverso di questi si crea, lungo i millenni, la cresta montuosa dell’umanità, affinché le vette dei momenti più alti dell’uomo, vertici dell’agire, permangano vivi, chiari e grandi. Questo è il pensiero fondamentale di una fede nell’umanità, che si esprime nell’esigenza di una storia monumentale. Ma proprio per questa esigenza, che il grande debba essere eterno, si accende la più terribile lotta: ogni altra cosa che viva, grida il suo “no”. Il monumentale non deve sorgere – è questa la parola d’ordine contraria. La muffita abitudine, ciò che è piccolo e basso, riempie ogni angolo del mondo, evapora come pesante aria terrestre attorno ai grandi nomi e alle grandi imprese e ricorda che la storia umana è anche altro. Questa aria pesante ostacola, smorza e soffoca il cammino verso l’immortalità, ma la strada che conduce ad essa passa attraverso i cervelli umani! Attraverso i cervelli di animali impauriti e dalla vita corta, che si trovano sempre di nuovo davanti alle stesse necessità e che respingono da sé a fatica, per appena un istante, la rovina, poiché vogliono prima di tutto solo una cosa: vivere ad ogni costo. Chi potrebbe mai supporre in loro quella difficile corsa con la fiaccola della storia monumentale, mediante la quale soltanto ciò che è grande può sopravvivere? Tuttavia, sempre e di nuovo, si destano alcuni che – guardando alla grandezza passata e rafforzati dalla contemplazione di essa - si sentono pieni di felicità, come se la vita umana fosse una cosa magnifica, come se addirittura il più bel frutto di quest’amara pianta consistesse nel sapere che una volta qualcuno passò attraverso questa esistenza con orgoglio e forza, un altro con profondità, un terzo con misericordia e carità – tutti comunque lasciando dietro sé una dottrina, secondo cui vive nel modo più bello colui che non dà peso all’esistenza. Se l’uomo volgare prende questa spanna di tempo in modo tanto melanconico e avidamente serio, quegli altri seppero giungere, sulla loro via verso l’immortalità e la storia monumentale, a un riso olimpico, o quanto meno ad un sublime scherno. Questi uomini scesero anche nella tomba con ironia, poiché cosa c’era in loro da sotterrare? Nient’altro che ciò che li aveva sempre oppressi come una scoria velenosa. Ma una cosa sola sopravvivrà: il monogramma della loro essenza, un’opera, un’azione, una rara illuminazione, una goccia di splendore tutta umana: vivrà, perché nessuna posterità potrà farne a meno.

Ciascun approccio esiste nel suo diritto, su un solo terreno e in un solo clima: su ogni altro terreno cresce un’erbaccia distruttiva. Se l’uomo che vuole creare cose grandi ha in genere bisogno del passato, se ne impossessa per mezzo della storia monumentale; chi invece ama perseverare nel tradizionale, in ciò che è venerato da tempo, coltiva il passato come archeologo, nella perenne nostalgia, paga alla maniera occidentale il debito della vita; solo colui che abbia il petto oppresso da una sofferenza perenne e che voglia gettare via quel peso ad ogni costo, ha bisogno della terza specie di storia, la storia critica, quella che giudica e condanna.

Il critico senza sofferenza, l’archeologo senza pietà, lo storico senza la capacità di grandezza, rappresentano le piante divenute erbacce. Occorre calarsi in questi torbidi abissi e non perdere l’orientamento tra le facili debolezze per poter aggiungere qualche tassello al mosaico delle nostre conoscenze, tenendo conto della poliedricità delle competenze che compongono una disciplina, tanto sfuggente quanto affascinante, per le ricompense che promette.

* Collaboratrice presso il L.A.D. – Laboratorio di Studi e Ricerche sulle Antiche province Danubiane dell’Università degli Studi di Ferrara, e  Università “Babeș-Bolyai” – Cluj-Napoca, Facoltà di Lettere e Filosofia